tutto viene recuperato dall’acqua
anche io.
Non avrebbe mai creduto di potere raccontare una storia, lei che aveva sepolto l’immaginazione insieme ai cadaveri della guerra. L’infermiera che tornata a casa alla fine degli anni cinquanta si era chiusa in un guscio estemporaneo di silenzio. L’ennesima tomba in cui scaraventare alla buona, qualcosa di morto.
Sulla scrivania ancora pile di fogli con la stessa polvere di quando partì volontaria. Una volta rincasata, cinque anni dopo, non ne volel più sapere di scrivere, i colori avevano perso la calda sfumatura di fantastico e le sue storie affamate di speranza, restarono segregate in una mente malconcia.
Quando i nipoti la vennero a trovare per la prima volta dopo il periodo in cui era partita, le chiesero subito di raccontare, raccontare…
Cosa c’è infine, da dire?
Riaddomesticare gli occhi è difficile, mormorava in uno stanco sorriso. Gli occhi seguivano traiettorie sconosciute fuori dalla finestra, strade che nessuno vedeva e probabilmente feriti che aveva perduto sul campo. Quelal bella uniforme comperata all’ultimo anno di corso, tutta bianca.
Restò bianca per poco
Come le anime di chi fuggiva
sporche ovunque
Sporche come le favole su cui oggi ha rovesciato il caffè per sbaglio.
E in pochi spruzzi di marrone bollente, la fantasia si sciolse con la polvere.